Vigoressia: quando non ci si sente mai abbastanza

Ti alleni con costanza, segui l’alimentazione, hai ottenuto risultati che altri ti invidiano. Eppure, quando ti guardi allo specchio, vedi sempre qualcosa che manca.

E se salti un allenamento — perché sei stanco, perché sei influenzato, perché c’era qualcosa di più importante — non vivi quella giornata serenamente.

Sono la dott.ssa Daniela La Porta, psicologa e psicoterapeuta ad orientamento psicodinamico. Ricevo a Roma e online.

Che cos’è la vigoressia

La vigoressia, conosciuta anche come anoressia inversa o dismorfia muscolare, è una difficoltà legata alla percezione del proprio corpo caratterizzata da una preoccupazione eccessiva e persistente per la propria muscolatura.

La persona può avere la convinzione di essere troppo esile, poco sviluppata o non abbastanza muscolosa, anche quando il corpo è già adeguatamente allenato o presenta una buona massa muscolare.

A differenza di altre difficoltà legate all’immagine corporea, il problema non riguarda il desiderio di essere più magri, ma il bisogno di diventare sempre più grandi, definiti e muscolosi. È una direzione opposta, ma il meccanismo psicologico sottostante è sorprendentemente simile: un’immagine di sé costruita interamente sul corpo, e un corpo che non basta mai.

L’allenamento e l’alimentazione possono inizialmente rappresentare scelte positive per il benessere, ma nel tempo si trasformano in comportamenti rigidi e compulsivi, fino a occupare gran parte dei pensieri e della vita quotidiana.

Quando la ricerca del corpo ideale diventa fonte di ansia, di sofferenza o limita la libertà personale, un percorso psicologico può essere utile.

Cause e fattori

Fattori socioculturali e pressione mediatica

  • Ideali fisici irraggiungibili: l’esposizione continua a immagini di corpi estremamente muscolosi attraverso social media, mondo del fitness e cultura dell’immagine alimenta il confronto costante e il senso di inadeguatezza.
  • Pressione verso un ideale di mascolinità o di perfezione fisica: la paura di apparire deboli, fragili o “troppo magri” può condurre a una ricerca ossessiva dello sviluppo muscolare.
  • Confronto sociale con atleti, influencer e modelli corporei estremi, che modifica progressivamente la percezione del proprio corpo.

Fattori psicologici e caratteristiche personali

  • Bassa autostima: il valore personale finisce per coincidere con l’aspetto fisico, la forza o la massa muscolare.
  • Perfezionismo: obiettivi molto elevati e un continuo bisogno di miglioramento che non concede mai un punto d’arrivo.
  • Bisogno di controllo: allenamento e alimentazione diventano strumenti per sentirsi sicuri e per gestire emozioni difficili.
  • Esperienze negative passate: episodi di bullismo, derisione o vissuti di inadeguatezza legati al corpo.

Immagine corporea e meccanismi di gratificazione

  • Alterata percezione del proprio corpo, con l’attenzione concentrata sui difetti percepiti.
  • Ricerca continua di gratificazione: l’attività fisica intensa produce una sensazione di benessere e di controllo che rinforza il bisogno di allenarsi sempre di più.
  • Difficoltà nella regolazione emotiva: l’allenamento diventa il modo principale per gestire ansia, stress, rabbia o disagio.

Come riconoscerla: sintomi e segnali

  • Preoccupazione costante per la muscolatura: convinzione di non essere abbastanza sviluppati, anche a fronte di risultati evidenti.
  • Controllo frequente del corpo: molto tempo davanti allo specchio a valutare muscoli e definizione oppure, al contrario, evitamento del proprio corpo per vergogna e insoddisfazione.
  • Allenamento rigido e compulsivo: programmi inderogabili e difficoltà a interrompere l’attività fisica anche in presenza di stanchezza, dolore, infortuni o impegni importanti.
  • Ansia quando non ci si può allenare: un giorno di riposo genera senso di colpa, agitazione o paura di perdere i risultati ottenuti.
  • Alimentazione altamente controllata: attenzione eccessiva a proteine, macronutrienti e composizione degli alimenti, con rigidità nei tempi e nelle quantità.
  • Uso problematico di integratori, con sottovalutazione dei rischi.
  • Ricorso a sostanze dopanti, in alcuni casi, per modificare il corpo.
  • Isolamento sociale: rinuncia a relazioni, attività e momenti di vita quotidiana per dare priorità ad allenamento e alimentazione.

Il motivo per cui se ne parla poco

La vigoressia riguarda prevalentemente uomini, e questo la rende ancora più difficile da riconoscere e da raccontare. La disciplina viene premiata socialmente, l’allenamento è considerato una virtù, e chiedere aiuto rischia di essere vissuto come un’ammissione di debolezza — esattamente ciò da cui il disturbo cerca di proteggere.

Il risultato è che molte persone arrivano in terapia tardi, spesso dopo un infortunio, una rottura sentimentale o un problema di salute legato all’uso di sostanze.

Che cosa succede se non viene affrontata

  • Aspetti psicologici: aumento dell’ansia, insoddisfazione corporea persistente, senso di inadeguatezza e dipendenza dal raggiungimento di nuovi obiettivi fisici.
  • Aspetti personali: riduzione della libertà, con pensieri costanti su corpo, allenamento e alimentazione.
  • Aspetti relazionali: difficoltà nella vita sociale, rinuncia a occasioni condivise, isolamento progressivo. Le relazioni affettive risentono spesso della rigidità dei ritmi e della centralità assoluta del corpo.
  • Aspetti lavorativi o scolastici: il tempo e l’energia dedicati all’allenamento interferiscono con responsabilità e concentrazione.
  • Aspetti fisici: sovrallenamento, affaticamento cronico, infortuni, alterazioni ormonali e possibili conseguenze legate all’uso improprio di sostanze.

Come lavoro sulla vigoressia: il percorso terapeutico

Il percorso parte dalla comprensione della tua storia personale, del rapporto con il corpo e con l’attività fisica, e del significato che la ricerca della muscolatura ha assunto nella tua vita.

Il primo incontro conoscitivo è gratuito, e non ti verrà chiesto di smettere di allenarti. Lo sport non è il nemico: il punto è capire quando ha smesso di essere una scelta.

La valutazione iniziale analizza i pensieri legati al corpo, le abitudini di allenamento e alimentari e l’impatto concreto sulla vita quotidiana.

La comprensione dei meccanismi di mantenimento individua le paure, le convinzioni e i comportamenti che alimentano l’insoddisfazione corporea.

Il lavoro sull’immagine corporea sviluppa una percezione più realistica e flessibile del proprio corpo, riducendo il confronto e il giudizio costante.

La gestione del perfezionismo e del bisogno di controllo lavora sulla capacità di accettare limiti, cambiamenti e imperfezioni.

La regolazione emotiva costruisce strategie alternative all’allenamento compulsivo per affrontare ansia, stress e disagio.

Il recupero dell’equilibrio di vita favorisce un rapporto più sano tra sport, alimentazione, relazioni e benessere personale, e la costruzione di un’identità che non sia definita esclusivamente dalla forma fisica.

Quando è presente un uso di sostanze, il percorso viene integrato con una valutazione medica, senza giudizio e con la massima riservatezza.

Passione per lo sport o vigoressia?

È la domanda che mi viene posta più spesso, e la risposta non riguarda quanto ti alleni.

Nella passione sportiva l’allenamento aggiunge qualcosa alla vita: energia, socialità, soddisfazione. È flessibile, ammette pause, convive con il lavoro e con le relazioni. Il riposo è vissuto come parte del programma, non come una colpa.

Nella vigoressia l’allenamento sottrae. Diventa un obbligo che ha la precedenza su tutto, non tollera imprevisti e non produce mai una soddisfazione stabile: ogni obiettivo raggiunto viene immediatamente sostituito da uno nuovo, perché il punto non è mai stato l’obiettivo.

Un secondo criterio utile riguarda lo specchio. Se ciò che vedi non corrisponde a ciò che vedono le persone intorno a te — se ti descrivono come muscoloso mentre tu ti percepisci esile — quella distanza non è modestia: è un’alterazione della percezione corporea, ed è uno degli elementi centrali del disturbo.

Un’attenzione particolare agli adolescenti

L’esordio è spesso precoce e coincide con la fase in cui l’identità si costruisce anche attraverso il corpo. Nei ragazzi il rischio è aggravato dall’accesso facile a integratori e, in alcuni contesti, a sostanze presentate come innocue.

Segnali da non sottovalutare: allenamenti che diventano inderogabili, un’alimentazione sempre più controllata, il rifiuto di occasioni sociali, un’attenzione allo specchio che cresce, irritabilità marcata nei giorni di riposo forzato.

Il ruolo dei social

Nella pratica clinica osservo un elemento che dieci anni fa pesava molto meno: l’esposizione quotidiana a corpi selezionati, ritoccati e spesso ottenuti con supporti che non vengono dichiarati.

Il confronto non avviene più con le persone che si incontrano davvero, ma con un catalogo infinito e sempre disponibile, in cui il termine di paragone è per definizione irraggiungibile. Questo sposta verso l’alto, in modo continuo, la soglia di ciò che si considera “abbastanza” — e rende strutturalmente impossibile arrivarci.

Non si tratta di demonizzare i social, ma di riconoscere che sono uno dei fattori che mantengono attivo il problema, e di tenerne conto nel percorso.

Dove ricevo a Roma

Ricevo nel mio studio a Roma viale Marx 112 e online via WhatsApp o Google Meet.

Richiedi un primo incontro conoscitivo

Se il traguardo si sposta ogni volta che lo raggiungi, forse non è un problema di allenamento.

Compila il modulo di contatto qui sotto: ti risponderò personalmente per fissare insieme un primo incontro conoscitivo.


FAQ (domande frequenti)

No. Il criterio non è la quantità, ma la rigidità: se non puoi saltare una sessione senza angoscia, e se l’allenamento ha la precedenza su tutto il resto, allora vale la pena parlarne.

Non è il punto di partenza. Prima capiamo a cosa servono, poi valutiamo insieme cosa ha senso cambiare.

Sì. Lavoriamo su come affrontare il tema senza che diventi un conflitto.

Non è una diagnosi autonoma nel DSM-5-TR, ma condivide con i disturbi alimentari i meccanismi centrali: alterazione dell’immagine corporea, controllo e autostima legata al corpo.

Dicono di me...

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È da qualche mese che ho intrapreso il percorso con la dottoressa. Nonostante le difficoltà iniziali e la diffidenza da parte mia, ad oggi devo ricredermi, perché grazie alla dottoressa La Porta sento di essere riuscito a sbloccare dei tasselli che mi hanno permesso di affrontare problematiche che stavano oscurando la mia vita.

S. V.

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La Dr.ssa La Porta è sempre attenta alle esigenze del paziente e puntuale. Sin di dai primi colloqui è definita la cadenza degli incontri e la strutturazione degli stessi. Personalmente mi trovo molto bene a seguire il percorso di terapia con lei, sia nell'immediato che in prospettiva a più lungo termine. Consigliatissima.

S. C.

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Professionista preparatissima, grande ascoltatrice, restituisce con un elevatissimo livello di analisi e contributi efficaci adattati al paziente. Ampio spettro di attività. È una professionista la quale attività accompagna le piccole criticità quotidiane come i traumi complessi o invalidanti. Altissima professionalità.

S. P.

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Dopo circa 3-4 mesi di percorso posso dire di trovarmi davvero molto bene con la dottoressa La Porta. Fin dal primo incontro ho avuto l’impressione che avesse colto subito il punto e compreso ciò di cui avevo bisogno. È un’ottima professionista, attenta e preparata, con cui è facile sentirsi ascoltati. Mi sento assolutamente di consigliarla.

E. P.

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