Autolesionismo: capire il dolore che si esprime attraverso il corpo

Questa è una pagina difficile da scrivere e, probabilmente, difficile da leggere. Forse la stai leggendo perché è qualcosa che riguarda te. Forse perché hai scoperto qualcosa su tuo figlio o tua figlia e da quel momento non riesci a pensare ad altro.

In entrambi i casi voglio partire dallo stesso punto: l’autolesionismo non è una provocazione, non è una moda e non è un modo per attirare l’attenzione. È il segnale di un dolore che non ha trovato altre strade per essere espresso. E, come tutti i segnali, va ascoltato più che spento.

Sono la dott.ssa Daniela La Porta, psicologa e psicoterapeuta ad orientamento psicodinamico. Ricevo a Roma e online, e lavoro con adolescenti e adulti.

Che cos’è l’autolesionismo

Con autolesionismo si intende l’insieme dei comportamenti con cui una persona procura intenzionalmente un danno al proprio corpo, senza che sia presente un intento suicidario. In ambito clinico si parla di autolesionismo non suicidario, proprio per distinguerlo da altre condotte e per sottolineare che, nella maggior parte dei casi, la persona non vuole morire: vuole smettere di sentire ciò che sta sentendo.

È un fenomeno che riguarda soprattutto l’adolescenza e la prima età adulta, ma che può comparire a qualsiasi età. Non è una diagnosi in sé: è un comportamento che può presentarsi all’interno di quadri clinici molto diversi — difficoltà nella regolazione emotiva, depressione, disturbi d’ansia, esiti traumatici, disturbi alimentari, disturbi di personalità — oppure in periodi di crisi particolarmente intensi.

Come lo descriverei a un paziente

Chi si fa del male raramente riesce a spiegarne il motivo, e questo aumenta la vergogna e il senso di essere sbagliati.

Nella mia esperienza clinica, il gesto autolesivo svolge quasi sempre una funzione. Per alcune persone è l’unico modo conosciuto per interrompere un’ondata emotiva insopportabile: il dolore fisico, per qualche istante, prende il posto di un dolore interno che sembrava non finire mai. Per altre è il contrario: serve a sentire qualcosa, quando dentro c’è solo vuoto e anestesia. Per altre ancora è una forma di autopunizione, la traduzione concreta della convinzione di meritarselo.

In terapia non lavoriamo per farti “smettere e basta”. Un comportamento che svolge una funzione non si toglie: si sostituisce. Il lavoro consiste nel capire che cosa quel gesto sta cercando di gestire, e costruire insieme modi diversi — meno costosi per te — di attraversare le stesse emozioni.

Perché accade: cause e fattori

  • Difficoltà nella regolazione emotiva. È il fattore più ricorrente: emozioni molto intense che arrivano rapidamente, senza strumenti per attraversarle.
  • Esperienze relazionali invalidanti o traumatiche, in cui le emozioni venivano ignorate, svalutate o punite, o in cui il dolore non ha mai avuto un ascolto.
  • Bassa autostima e autocritica severa, con la convinzione profonda di essere sbagliati o di meritare una punizione.
  • Difficoltà a comunicare la sofferenza a parole, soprattutto in adolescenza, quando la capacità di dare nome a ciò che si prova è ancora in costruzione.
  • Presenza di altre difficoltà psicologiche: depressione, ansia intensa, disturbi alimentari, esiti di esperienze traumatiche.
  • Isolamento e mancanza di riferimenti adulti, uniti oggi a un’esposizione a contenuti online che possono normalizzare questi comportamenti anziché indirizzare verso l’aiuto.

Come riconoscerlo: i segnali

Chi si fa del male tende a nasconderlo con grande cura, e spesso per molto tempo. Per questo i segnali da osservare sono soprattutto indiretti.

Segnali che un genitore o un partner può notare

  • Ferite, segni o medicazioni che vengono giustificati in modo vago, poco plausibile o con spiegazioni che cambiano.
  • Abbigliamento inadatto alla stagione, per coprire alcune parti del corpo anche con il caldo.
  • Rifiuto di situazioni in cui il corpo è esposto: piscina, mare, palestra, visite mediche.
  • Bisogno crescente di isolamento, soprattutto dopo momenti di tensione o dopo un litigio.
  • Cambiamenti marcati dell’umore, irritabilità, chiusura improvvisa.
  • Riduzione dei contatti sociali e abbandono di attività prima significative.
  • Calo del rendimento scolastico o lavorativo.

Segnali interni, se riguarda te

  • Ondate emotive che arrivano all’improvviso e sembrano insostenibili.
  • La sensazione che il gesto sia l’unica cosa che funziona davvero.
  • Sollievo immediato seguito, poco dopo, da vergogna e senso di colpa.
  • Il bisogno di nascondere, di mentire, di isolarsi per farlo.
  • La sensazione che parlarne renderebbe tutto peggio.

Se in questo momento senti di essere in pericolo, o se le ferite richiedono attenzione medica, rivolgiti subito al pronto soccorso più vicino o al tuo medico curante. Se stai avendo pensieri di morte, parlane immediatamente con una persona di cui ti fidi: non è qualcosa che devi gestire da solo.

Un’attenzione particolare all’adolescenza

L’adolescenza è la fase in cui questi comportamenti compaiono più spesso, e c’è una ragione: è il momento in cui le emozioni diventano più intense, mentre gli strumenti per gestirle sono ancora in costruzione. A questo si aggiungono il confronto continuo con i coetanei, la pressione sull’immagine e una vita relazionale che si svolge in buona parte online, dove il dolore trova rappresentazioni che rischiano di normalizzarlo.

Va detto con chiarezza anche ai genitori: la comparsa di questi comportamenti non significa che avete fallito. Significa che vostro figlio sta attraversando qualcosa che non riesce a dire, e che questo è il momento in cui un aiuto professionale può fare la differenza più grande.

L’intervento precoce, in adolescenza, è uno dei fattori che più incide sugli esiti a lungo termine.

Che cosa succede se non viene affrontato

Sul piano psicologico il comportamento tende a stabilizzarsi, perché il sollievo immediato che produce lo rinforza. Con il tempo può diventare la risposta automatica a ogni difficoltà emotiva, riducendo ulteriormente le possibilità di sviluppare strategie alternative.

Sul piano personale crescono vergogna, isolamento e autocritica, in un circolo che alimenta esattamente il dolore che il gesto cercava di alleviare.

Sul piano relazionale il segreto crea distanza. Chi scopre la situazione reagisce spesso con paura, rabbia o controllo, e questo può allontanare ancora di più la persona invece di avvicinarla.

Sul piano della sicurezza, infine, l’autolesionismo non suicidario è un fattore di rischio che va sempre valutato da un professionista: non perché ogni gesto abbia un intento suicidario — nella maggior parte dei casi non ce l’ha — ma perché una sofferenza così intensa merita una valutazione clinica accurata e tempestiva.

È anche importante sapere che si tratta di una condizione su cui si può intervenire con risultati concreti, soprattutto quando si chiede aiuto presto.

Come lavoro sull’autolesionismo: il percorso terapeutico

Se sei un genitore, puoi venire tu per primo: molto spesso è il modo migliore per cominciare, perché ti permette di capire come parlarne e di arrivare a tuo figlio nel modo giusto.

Nessun giudizio e nessuna richiesta immediata di smettere. Chiedere a una persona di rinunciare all’unica strategia che conosce, prima di averle dato un’alternativa, la lascia semplicemente più sola. Il primo obiettivo è che tu possa parlarne con qualcuno senza vedere spavento negli occhi di chi ti ascolta.

La valutazione clinica serve a comprendere la funzione che il comportamento svolge, il contesto in cui si presenta, la storia personale e la presenza di eventuali altre difficoltà. Include sempre una valutazione attenta della sicurezza.

Il lavoro sulla regolazione emotiva costruisce, passo dopo passo, strumenti concreti per riconoscere l’onda emotiva prima che diventi ingestibile, per attraversarla e per chiedere aiuto nei momenti critici.

Il lavoro psicodinamico esplora le esperienze relazionali, i vissuti di colpa e di inadeguatezza e il significato che il corpo ha assunto come luogo in cui il dolore viene scritto. È qui che il sintomo, progressivamente, smette di essere necessario.

Il coinvolgimento della famiglia, con gli adolescenti, è quasi sempre parte del percorso: non per controllare, ma perché genitori che sanno come stare accanto fanno una differenza enorme sugli esiti.

La collaborazione con altri professionisti — medico, psichiatra, scuola — viene attivata quando la situazione clinica lo richiede, sempre con la massima attenzione alla riservatezza.

Dove ricevo a Roma

Ricevo nel mio studio a Roma viale Marx 112 e online via WhatsApp o Google Meet.

Lavoro con adolescenti, giovani adulti e adulti, e ricevo genitori che desiderano un confronto prima di coinvolgere il figlio.

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Che tu stia leggendo per te o per una persona a cui vuoi bene, il passo più difficile è quello che stai già facendo: nominare il problema.

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FAQ (domande frequenti)

Evita reazioni di rabbia, ispezioni e ultimatum: aumentano il segreto. Falle sapere che l’hai vista, che non sei arrabbiato e che vuoi aiutarla a trovare qualcuno con cui parlarne. Poi chiedi tu stesso una consulenza: non devi sapere cosa fare da solo.

No. Parlarne con rispetto e senza allarmismo riduce l’isolamento, che è uno dei principali fattori di mantenimento.

Nella maggior parte dei casi no: la funzione è diversa. Resta però una sofferenza importante, che richiede sempre una valutazione professionale.

Sì, per i minori è necessario il consenso di chi esercita la responsabilità genitoriale. Nel percorso, però, la riservatezza del ragazzo viene tutelata: te ne spiego il funzionamento al primo colloquio.

Dicono di me...

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È da qualche mese che ho intrapreso il percorso con la dottoressa. Nonostante le difficoltà iniziali e la diffidenza da parte mia, ad oggi devo ricredermi, perché grazie alla dottoressa La Porta sento di essere riuscito a sbloccare dei tasselli che mi hanno permesso di affrontare problematiche che stavano oscurando la mia vita.

S. V.

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La Dr.ssa La Porta è sempre attenta alle esigenze del paziente e puntuale. Sin di dai primi colloqui è definita la cadenza degli incontri e la strutturazione degli stessi. Personalmente mi trovo molto bene a seguire il percorso di terapia con lei, sia nell'immediato che in prospettiva a più lungo termine. Consigliatissima.

S. C.

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Professionista preparatissima, grande ascoltatrice, restituisce con un elevatissimo livello di analisi e contributi efficaci adattati al paziente. Ampio spettro di attività. È una professionista la quale attività accompagna le piccole criticità quotidiane come i traumi complessi o invalidanti. Altissima professionalità.

S. P.

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Dopo circa 3-4 mesi di percorso posso dire di trovarmi davvero molto bene con la dottoressa La Porta. Fin dal primo incontro ho avuto l’impressione che avesse colto subito il punto e compreso ciò di cui avevo bisogno. È un’ottima professionista, attenta e preparata, con cui è facile sentirsi ascoltati. Mi sento assolutamente di consigliarla.

E. P.

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