Binge eating: quando mangiare diventa l’unico modo per non sentire

Succede quasi sempre da soli. Spesso la sera. Inizia senza una vera decisione e finisce quando non c’è più niente da mangiare o quando il malessere fisico diventa insopportabile. E subito dopo arriva quella voce: “di nuovo. Cosa c’è che non va in me?”.

Il Disturbo da Alimentazione Incontrollata, conosciuto anche come Binge Eating Disorder, è il disturbo alimentare più diffuso — e uno di quelli di cui si parla di meno, perché viene ancora scambiato per un problema di golosità o di disciplina.

Sono la dott.ssa Daniela La Porta, psicologa e psicoterapeuta ad orientamento psicodinamico. I disturbi della nutrizione e dell’alimentazione sono l’ambito a cui ho dedicato gran parte della mia formazione e della mia esperienza clinica.

Che cos’è il disturbo da binge eating

Il Disturbo da Alimentazione Incontrollata è riconosciuto dal DSM-5-TR come disturbo autonomo ed è caratterizzato da episodi ricorrenti di abbuffata, nei quali la persona assume una quantità di cibo significativamente maggiore rispetto a quanto farebbe abitualmente, accompagnata da una netta sensazione di perdita di controllo.

A differenza della bulimia nervosa, non sono presenti comportamenti compensatori sistematici: non c’è un “rimedio” dopo l’episodio, ma solo il malessere che ne consegue.

Gli episodi si associano tipicamente ad alcune caratteristiche: mangiare molto più rapidamente del normale, mangiare fino a sentirsi spiacevolmente pieni, mangiare senza avere fame, mangiare da soli per imbarazzo, e provare disgusto verso di sé, depressione o forte senso di colpa al termine.

Come lo descriverei a un paziente

L’abbuffata non è un problema di appetito. È un tentativo di gestire qualcosa che, in quel momento, non si riesce a sostenere: un vuoto, un’ansia, una rabbia, una solitudine, la fine di una giornata troppo pesante.

Il cibo funziona, per qualche minuto. Anestetizza, riempie, distrae. Poi presenta il conto, sotto forma di vergogna e di senso di colpa — e quella vergogna diventa a sua volta un’emozione insostenibile, che richiede di essere placata. Nel modo che si conosce meglio.

È un circolo, e come tutti i circoli non si spezza aumentando la disciplina. Si spezza capendo che cosa sta cercando di tenere a bada.

Cause e fattori

  • Difficoltà nella regolazione emotiva. È il fattore centrale: il cibo diventa lo strumento più rapido e accessibile per modulare emozioni troppo intense.
  • Diete rigide e restrizioni ripetute. Molte persone con binge eating hanno alle spalle una lunga storia di diete: ogni restrizione prepara la perdita di controllo successiva.
  • Bassa autostima e immagine corporea negativa, spesso aggravate dallo stigma sul peso subito fin dall’infanzia.
  • Esperienze relazionali difficili o traumatiche, trascuratezza emotiva, esperienze di derisione legate al corpo.
  • Depressione, ansia e solitudine, che frequentemente accompagnano il disturbo e ne alimentano il mantenimento.
  • Predisposizione biologica e familiarità per disturbi alimentari o dell’umore.

Come riconoscerlo: sintomi e segnali

Sul piano comportamentale

  • Episodi ricorrenti di abbuffata con perdita di controllo.
  • Mangiare molto rapidamente, spesso in piedi o davanti a uno schermo.
  • Mangiare di nascosto e nascondere le confezioni.
  • Accumulare scorte di cibo per gli episodi.
  • Alternare periodi di rigidità alimentare a periodi di perdita di controllo.
  • Assenza di comportamenti compensatori regolari.

Sul piano emotivo e cognitivo

  • Vergogna intensa e segretezza.
  • Senso di colpa e disgusto verso di sé dopo l’episodio.
  • Pensieri costanti sul cibo, sul peso e sul corpo.
  • Autocritica severa e autostima dipendente dall’aspetto fisico.
  • Sensazione di “non riuscire a controllarsi”, vissuta come difetto morale.

Sul piano fisico e sociale

  • Variazioni di peso, spesso in aumento, con le conseguenze mediche correlate.
  • Disturbi del sonno e stanchezza.
  • Riduzione delle attività sociali, soprattutto quelle che ruotano attorno al cibo.
  • Evitamento di situazioni in cui il corpo è esposto.

Attenzione a un fraintendimento diffuso

Il binge eating non è un disturbo “del peso”. Riguarda persone di ogni corporatura, e la maggior parte delle persone con un peso elevato non ha un disturbo da alimentazione incontrollata. Ridurre tutto a una questione di chili è uno dei motivi per cui molte persone ricevono solo l’ennesima dieta invece dell’aiuto di cui avrebbero bisogno.

Fame fisica e fame emotiva

Una distinzione che nel percorso terapeutico si rivela sempre utile, e che molte persone non hanno mai avuto occasione di fare.

La fame fisica arriva gradualmente, si fa sentire nel corpo, è disponibile a diversi tipi di cibo, si attenua quando si è sazi e non lascia sensi di colpa.

La fame emotiva arriva all’improvviso, è urgente, chiede cibi molto specifici — di solito dolci o molto sapidi — non si placa con la sazietà e lascia dietro di sé malessere e autocritica.

Riconoscere quale delle due si sta presentando non basta a fermare un’abbuffata, ma è il primo punto in cui si può inserire uno spazio tra l’impulso e l’azione. In terapia lavoriamo proprio su quello spazio: prima per allargarlo, poi per riempirlo con qualcosa di diverso dal cibo.

Nota importante: la fame emotiva, di per sé, non è patologica. Tutti, ogni tanto, mangiamo per consolarci. Diventa un problema quando è l’unica strategia disponibile.

Che cosa succede se non viene trattato

Sul piano psicologico il circolo si consolida: vergogna e autosvalutazione crescono, e con esse la probabilità di nuovi episodi. Il disturbo si associa frequentemente a depressione, disturbi d’ansia e isolamento.

Sul piano fisico possono comparire le conseguenze mediche legate all’andamento del peso e all’alimentazione irregolare, insieme a disturbi gastrointestinali e del sonno.

Sul piano relazionale e sociale aumentano il ritiro e l’evitamento: si declinano inviti, si rinuncia a viaggi e occasioni, si vive con il timore costante di essere giudicati.

Sul piano del percorso di cura, infine, molte persone entrano in un ciclo di diete sempre più severe che peggiora la situazione, perché la restrizione è uno dei principali fattori di mantenimento del disturbo.

Il binge eating risponde bene alla psicoterapia, e spesso i primi cambiamenti sono più rapidi di quanto le persone si aspettino.

Come lavoro sul binge eating: il percorso terapeutico

La valutazione iniziale ricostruisce quando e come gli episodi si presentano, che cosa li precede sul piano emotivo, quali situazioni li rendono più probabili e quale funzione stanno svolgendo nella tua vita.

Il lavoro sulla regolarità alimentare interviene su uno dei motori del disturbo: la restrizione. Procediamo con gradualità e, quando indicato, in collaborazione con un dietista o un biologo nutrizionista, perché l’obiettivo non è una nuova dieta ma un’alimentazione più stabile e meno carica di divieti.

Il lavoro sulla regolazione emotiva costruisce alternative concrete al cibo per attraversare ansia, rabbia, vuoto e solitudine, a partire dal riconoscimento dei segnali che precedono l’episodio.

Il lavoro psicodinamico esplora il significato che l’abbuffata ha assunto nella tua storia, le esperienze relazionali e i vissuti emotivi che hanno reso il cibo l’unico rifugio disponibile.

Il lavoro sulla vergogna e sull’autostima è forse la parte più importante: finché il valore personale resta legato al peso, ogni ricaduta diventa una conferma di non valere nulla.

L’obiettivo non è farti mangiare “correttamente”, ma restituirti libertà: la possibilità di mangiare senza colpa, di stare a tavola con gli altri e di avere emozioni senza doverle silenziare.

Che cosa non funziona (e perché)

Chi arriva nel mio studio ha quasi sempre alle spalle una lunga lista di tentativi. Vale la pena capire perché non hanno retto.

Le diete restrittive funzionano nel breve periodo e poi innescano la perdita di controllo: la restrizione è uno dei principali fattori di mantenimento del disturbo, non la sua cura.

Eliminare il cibo da casa sposta il problema, raramente lo risolve, e aumenta la sensazione di essere una persona di cui non ci si può fidare.

Le regole rigide “da lunedì” trasformano ogni piccola deviazione in un fallimento totale, e il fallimento totale è precisamente ciò che innesca l’episodio successivo.

La forza di volontà, infine, non è la variabile in gioco: l’abbuffata non nasce da una debolezza morale, ma da un’emozione che non ha altre vie di uscita.

Dove ricevo a Roma

Ricevo nel mio studio a Roma viale Marx 112 e online via WhatsApp o Google Meet.

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FAQ (domande frequenti)

No. Il binge eating è un disturbo riconosciuto, con meccanismi psicologici precisi. La volontà, da sola, tende anzi a peggiorarlo attraverso nuove restrizioni.

È una storia che ascolto quasi ogni giorno, e non è un fallimento personale: è il funzionamento prevedibile del circolo restrizione-abbuffata.

La perdita di peso non è l’obiettivo del percorso psicologico, e nella fase iniziale può essere addirittura controproducente. L’obiettivo è interrompere gli episodi e ricostruire il rapporto con il cibo.

Dipende dalla storia personale. Una riduzione degli episodi si osserva spesso entro i primi mesi; il lavoro sulle cause richiede più tempo.

Dicono di me...

5
È da qualche mese che ho intrapreso il percorso con la dottoressa. Nonostante le difficoltà iniziali e la diffidenza da parte mia, ad oggi devo ricredermi, perché grazie alla dottoressa La Porta sento di essere riuscito a sbloccare dei tasselli che mi hanno permesso di affrontare problematiche che stavano oscurando la mia vita.

S. V.

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La Dr.ssa La Porta è sempre attenta alle esigenze del paziente e puntuale. Sin di dai primi colloqui è definita la cadenza degli incontri e la strutturazione degli stessi. Personalmente mi trovo molto bene a seguire il percorso di terapia con lei, sia nell'immediato che in prospettiva a più lungo termine. Consigliatissima.

S. C.

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Professionista preparatissima, grande ascoltatrice, restituisce con un elevatissimo livello di analisi e contributi efficaci adattati al paziente. Ampio spettro di attività. È una professionista la quale attività accompagna le piccole criticità quotidiane come i traumi complessi o invalidanti. Altissima professionalità.

S. P.

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Dopo circa 3-4 mesi di percorso posso dire di trovarmi davvero molto bene con la dottoressa La Porta. Fin dal primo incontro ho avuto l’impressione che avesse colto subito il punto e compreso ciò di cui avevo bisogno. È un’ottima professionista, attenta e preparata, con cui è facile sentirsi ascoltati. Mi sento assolutamente di consigliarla.

E. P.

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